Report di mercato
Mercati vicini ai massimi, e la BCE cambia rotta.
11 giugno 2026
Un mese a due facce, migliore del previsto.
Partiamo dalla buona notizia, perché maggio ce ne ha date parecchie. È stato un mese sorprendentemente positivo, soprattutto per le borse americane, che hanno chiuso vicino ai massimi storici. A spingere c’erano tre motori che hanno lavorato insieme: una stagione delle trimestrali eccezionale, il raffreddamento della tensione tra Stati Uniti e Iran dopo settimane di paura sul petrolio, e un mercato del lavoro americano ancora solido.
L’insidia, perché un’insidia c’è, arriva dall’Europa. Qui l’inflazione è tornata a salire, trainata dai prezzi dell’energia, e ha spinto la Banca Centrale Europea a una mossa che non vedevamo da quasi tre anni: alzare i tassi. Da una parte le borse festeggiano, dall’altra il costo del denaro in Europa ricomincia a salire, con effetti concreti su mutui e rendimenti dei conti.
Lo Stretto di Hormuz, e perché ci riguarda tutti.
Il filo che lega quasi tutto, questo mese, parte da un tratto di mare largo poche decine di chilometri tra l’Iran e l’Oman: lo Stretto di Hormuz. Da lì passa circa il 20% del petrolio mondiale e una parte importante del gas. Non è mai stato bloccato a lungo nella storia moderna, ma la sola minaccia di chiuderlo basta a far impennare i prezzi dell’energia in tutto il mondo.
Maggio si è aperto male. Il 4 maggio c’è stata una seria escalation militare nell’area, con scontri tra navi e infrastrutture petrolifere colpite, e il greggio era oltre i 116 dollari al barile. Poi, nella seconda metà del mese, il vento è cambiato: il 26 maggio venticinque navi sono riuscite a transitare con il coordinamento della marina iraniana, ed è circolata la notizia di un dialogo tra Stati Uniti e Cina sulla riapertura. Il petrolio ha cominciato a scendere, e con lui un bel po’ di nervosismo dai mercati.
Hanno avviato un’operazione per scortare le navi commerciali attraverso lo Stretto, sospesa dopo poche ore per l’aumentare delle tensioni. Nella seconda parte del mese hanno aperto al dialogo, contribuendo al raffreddamento.
Controlla il passaggio dello Stretto, e con esso una leva enorme sul prezzo dell’energia mondiale. Dopo l’escalation di inizio mese ha poi coordinato il transito delle navi, segnale che il braccio di ferro lascia spazio alla trattativa.
È tra i principali acquirenti del petrolio che passa da Hormuz, quindi ha tutto l’interesse a tenere lo Stretto aperto. È entrata come interlocutore nel dialogo sulla riapertura, un tassello che ha aiutato la de-escalation.
Cosa ci riporterebbe indietro
- Nuovi episodi militari nello Stretto o attacchi a impianti petroliferi
- Un blocco prolungato del passaggio delle navi
- Una rottura del dialogo diplomatico appena avviato
Cosa ci farebbe stare più tranquilli
- Navi che continuano a transitare regolarmente, come a fine maggio
- Passi avanti concreti nelle trattative tra Stati Uniti e Iran
- Un ruolo attivo di mediatori come la Cina
Il petrolio scende, e tiriamo un respiro.
Il petrolio è stato il vero protagonista del mese, e capire come si è mosso aiuta a capire tutto il resto. A inizio maggio il Brent (il prezzo di riferimento internazionale per il greggio) viaggiava oltre i 116 dollari al barile, sospinto dalla paura per lo Stretto di Hormuz. Con il ritorno alla calma è poi sceso fino a circa 94 dollari verso fine mese, e all’inizio di giugno si muoveva ancora in quella zona.
Da 116 a 94 dollari al barile
Una caduta di quasi il 20% dai massimi di inizio maggio.
Perché conta anche per chi non compra né vende petrolio? Perché il greggio entra nel prezzo di quasi tutto. Il costo di produrre la merce, trasportarla, tenerla al fresco dipende anche dall’energia: se il petrolio costa 116 dollari, quel costo si scarica su bollette, carburanti e prezzi. Per l’Europa, che l’energia la importa in gran parte, l’effetto è particolarmente diretto. Un greggio che scende è quindi una buona notizia su due fronti: alleggerisce i mercati e, col tempo, può alleggerire anche le nostre spese.
Occhio però a una cosa: gli effetti sulle bollette si vedono con ritardo. La discesa di fine maggio non si traduce subito in un risparmio in fattura, e dipende dal tipo di contratto. Chi è sul mercato libero a tariffa variabile sente prima le oscillazioni, sia in salita sia in discesa. La direzione è quella giusta, ma serve pazienza per vederla nei numeri di casa.
Chi è salito, e perché.
Azioni
Negli Stati Uniti l’S&P 500 (l’indice delle 500 maggiori aziende americane quotate) ha guadagnato circa il 4,9% nel solo mese di maggio, toccando nuovi massimi, e porta a casa circa l’8,8% da inizio anno. Il Nasdaq, dominato dai colossi tecnologici, ha fatto ancora meglio con un +8% nel mese. Il motore è stato la stagione delle trimestrali: l’84% delle aziende dell’S&P 500 ha battuto le attese, con utili cresciuti del 27,7% rispetto a un anno prima, il dato migliore dal 2021.
L’Europa ha corso meno: l’Euro Stoxx 50 ha guadagnato circa il 2,6% nel mese, ma resta su un solido +11,7% da inizio anno. La Borsa di Milano si è comportata bene, con il FTSE MIB in rialzo di circa il 10-11% da inizio anno, spinta dai titoli legati alla tecnologia e alle infrastrutture digitali, come STMicroelectronics e Prysmian. La differenza con gli Stati Uniti si spiega con due cose: in Europa l’economia cresce più lentamente, e il timore del rialzo dei tassi ha tenuto a freno gli entusiasmi.
La vera sorpresa arriva dai Paesi emergenti: l’indice che li raccoglie ha messo a segno un +9,7% a maggio e un +25,6% da inizio anno, trainato soprattutto da Taiwan e Corea del Sud, due giganti dei chip che insieme pesano oltre la metà di quell’indice. Ha aiutato anche il dollaro più debole, che rende questi mercati più convenienti per noi europei. Ricordiamoci però che gli emergenti sanno correre tanto quanto sanno cadere: la diversificazione serve proprio a goderne i frutti senza esporsi troppo agli scossoni.
Obbligazioni
Sul fronte delle obbligazioni, cioè dei prestiti che facciamo a Stati e aziende in cambio di un interesse, i rendimenti sono saliti un po’ ovunque, segno che il mercato si aspetta tassi più alti. Il titolo di Stato americano a 10 anni rendeva intorno al 4,5%, in salita. In Europa il Bund tedesco a 10 anni era intorno al 3,05%, mentre il nostro BTP a 10 anni si collocava attorno al 3,8%.
Una nota positiva che ci riguarda da vicino: lo spread, cioè la differenza di rendimento tra il BTP italiano e il Bund tedesco, è rimasto contenuto, intorno ai 75 centesimi di punto, sostanzialmente stabile. In passato abbiamo visto questo numero schizzare ben più in alto nei momenti di tensione. Che oggi resti tranquillo è un segnale di solidità che spesso passa inosservato.
Valute e oro
Il cambio tra euro e dollaro è rimasto abbastanza stabile, con l’euro intorno a 1,16 dollari, leggermente più debole a inizio giugno. Un euro più debole rende le nostre esportazioni più competitive, ma fa costare di più ciò che importiamo, petrolio compreso, visto che si paga in dollari. L’oro, infine, ha tirato il fiato: dopo i picchi dei mesi scorsi è sceso di circa il 2,4% a maggio. Il motivo è quasi rassicurante: è il bene rifugio per eccellenza, quello che si compra quando si ha paura, e con meno paura sui mercati è calata anche la corsa a comprarlo. Resta comunque molto più in alto rispetto a dodici mesi fa.
L’inflazione risale, e la BCE alza i tassi.
Arriviamo al punto che, nella vita di tutti i giorni, ci tocca più da vicino. L’inflazione nell’area euro è risalita al 3,2% a maggio, dopo essere stata al 3,0% ad aprile, spinta soprattutto dall’energia (cresciuta di quasi l’11% rispetto a un anno fa). In Italia il quadro è simile, con un’inflazione del 3,2% annuo. C’è però un dettaglio che fa ben sperare: l’inflazione di fondo, quella che togliamo dal conto le voci più ballerine come energia e cibi freschi, è più contenuta, all’1,8%. Il rincaro è in larga parte un effetto dell’energia, e non si è ancora allargato a tutto il resto.
Di fronte a questi numeri, la BCE ha fatto una mossa che mancava da quasi tre anni. Tra il 2024 e il 2025 aveva tagliato i tassi ben otto volte, portandoli al 2%. L’11 giugno ha invece invertito la rotta.
Tasso sui depositi al 2,25%
Un rialzo di 0,25 punti, il primo da settembre 2023.
Cosa significa in pratica, a seconda di dove ti trovi:
| Per chi | Cosa cambia con il rialzo |
|---|---|
| Ha un mutuo a tasso variabile | Circa 15-20 euro in più al mese ogni 100.000 euro di debito residuo. Su un mutuo da 200.000 euro, indicativamente tra i 30 e i 40 euro in più al mese. |
| Ha liquidità da parcheggiare | Conti deposito e titoli a breve termine tornano più interessanti: a maggio si trovavano già conti vincolati con rendimenti fino al 4% lordo, e potrebbero migliorare. |
| Ha un’azienda molto indebitata | Il costo del debito tende a salire, e va messo in conto soprattutto se al rialzo di giugno ne seguiranno altri. |
Una precisazione utile: i mutui a tasso variabile sono legati all’Euribor, il tasso a cui le banche si prestano denaro tra loro, e l’Euribor a 3 mesi era già salito intorno al 2,35% prima della decisione, perché il mercato dava il rialzo quasi per scontato. Sul fronte americano, invece, la Federal Reserve resta ferma: con un’economia robusta e un’inflazione che fatica a scendere, non sono attesi tagli nel breve. Le due sponde dell’oceano oggi viaggiano a velocità diverse.
Dove possiamo andare da qui.
Nessuno ha la sfera di cristallo, ma possiamo ragionare su tre strade. Le racconto con una probabilità indicativa, giusto per dare un’idea di quanto sono plausibili oggi, alla luce di quello che sappiamo.
La tensione in Medio Oriente continua ad allentarsi, il petrolio resta sotto controllo e l’economia americana rallenta dolcemente senza cadere in recessione. I mercati potrebbero proseguire con relativa tranquillità, l’inflazione rientrerebbe piano e la BCE avrebbe meno fretta di stringere ancora. È lo scenario su cui le borse stanno scommettendo oggi.
La situazione in Medio Oriente si deteriora di nuovo, lo Stretto torna a bloccarsi e il petrolio risale rapidamente oltre i 110 dollari. Ne seguirebbe una nuova fiammata di inflazione, banche centrali costrette a stringere di più e una probabile correzione delle borse, con l’Europa più esposta vista la crescita già debole.
Il petrolio resta stabilmente sotto i 100 dollari per tutta l’estate e l’inflazione da energia rientra in autunno. La BCE potrebbe fermarsi dopo questo rialzo, e se anche l’economia americana rallentasse, la Fed potrebbe iniziare a parlare di tagli verso fine anno, dando una spinta in più ai mercati emergenti.
Le probabilità qui sopra sono stime ragionate sulla base di quello che sappiamo oggi, non numeri esatti. Servono solo a dare un ordine di grandezza, e l’incertezza resta alta.
Cosa teniamo d’occhio nelle prossime settimane.
Più che fare previsioni, conviene sapere dove guardare. Questi sono gli appuntamenti e gli indicatori che ci diranno verso quale dei tre scenari ci stiamo muovendo.
| Cosa osservare | Perché conta |
|---|---|
| La BCE a settembre | Più del 60% degli economisti si attende un secondo rialzo entro l’estate. Se arriva, mutui variabili ancora un po’ più cari e conti deposito ancora più generosi. |
| Lo Stretto di Hormuz e il petrolio | È la variabile che può cambiare tutto. Un greggio stabile sotto i 100 dollari conferma la calma, un ritorno sopra i 110 riaccende l’inflazione. |
| I conti delle aziende USA | Dopo una stagione da record, il mercato è esigente: chi delude viene punito più del solito. Un rallentamento degli utili potrebbe pesare sui titoli tecnologici. |
| Il lavoro e la Fed americana | A maggio l’economia USA ha creato 172.000 posti, quasi il doppio delle attese. Finché il lavoro tiene, la Fed non ha fretta di tagliare. |
C’è poi un tema di fondo da tenere a mente: oggi la tecnologia pesa circa il 40% dell’intera borsa americana, un livello molto alto. Vuol dire che la salute degli indici dipende sempre di più da un gruppo ristretto di aziende. Non è un problema in sé, ma è un buon motivo, ancora una volta, per non mettere tutte le uova nello stesso paniere.
Le parole, spiegate semplici.
Per chi non mastica questi termini tutti i giorni, ecco le parole chiave del report, spiegate come le racconterei davanti a un caffè.
La velocità con cui salgono i prezzi nel tempo. Un’inflazione del 3,2% vuol dire che oggi paghiamo in media il 3,2% in più rispetto a un anno fa per le stesse cose. Le banche centrali puntano a tenerla intorno al 2%.
Quando prestiamo soldi allo Stato comprando un suo titolo, lui ci paga un interesse: quello è il rendimento. Se il prezzo del titolo scende perché tanti lo vendono, il rendimento sale, e viceversa.
La differenza di rendimento tra il titolo di Stato italiano e quello tedesco. Misura quanta fiducia il mercato ha nei conti dell’Italia rispetto alla Germania: più è basso, meglio è.
Le banche centrali: la BCE gestisce l’euro, la Fed il dollaro. Il loro strumento principale è il tasso di interesse: alzandolo frenano l’inflazione, abbassandolo stimolano l’economia. Le loro decisioni toccano mutui, depositi e investimenti.
Il tasso a cui le banche europee si prestano denaro tra loro. Serve da base per la rata dei mutui a tasso variabile: quando sale, la rata sale, quando scende, la rata scende.
Il periodo in cui le aziende quotate comunicano i risultati degli ultimi tre mesi. Se vanno meglio delle attese, di solito il titolo sale, se deludono, scende.
Una specie di media del valore di un gruppo di azioni. L’S&P 500, per esempio, raccoglie le 500 maggiori aziende americane: quando sale del 5% significa che il loro valore complessivo è cresciuto in media di quella percentuale.